La storia di Giorgia
Il tempo che ci è stato dato.
Questa non è una pagina necessaria per scegliere un servizio fotografico.
Per quello basterebbero le immagini, le informazioni pratiche e il tempo di una risposta. Questa pagina esiste per chi, in un mondo che chiede di capire tutto in fretta, sente ancora il desiderio di fermarsi un poco più a lungo. Per chi vuole sapere chi c’è dietro le fotografie e quale parte della sua vita entra, inevitabilmente, nel modo in cui guarda le storie degli altri.
È una storia personale e dolorosa. Ho scelto di raccontarla senza trasformarla in una spiegazione perfetta, perché perfetta non lo è mai stata. È la storia di nostra figlia Giorgia, del tempo che abbiamo vissuto con lei e di ciò che quel tempo ha lasciato nel padre, nell’uomo e nel fotografo che sono diventato.
Prima che tutto cambiasse.
Nel 2009 io ed Edda eravamo due ragazzi giovani che aspettavano una bambina. Vivevamo insieme da tre anni e quella gravidanza ci sembrava l’inizio della parte più importante della nostra vita. Eravamo felici, spaventati, impazienti. Avevamo le paure comuni di chi sta per diventare genitore e, insieme, quella forma di entusiasmo che rende sopportabile persino l’incertezza.
La gravidanza procedeva bene. Non c’erano segnali da interpretare, notizie da temere o parole mediche da imparare. C’era soltanto l’attesa: i progetti fatti a voce alta, quelli tenuti per sé e l’idea ancora astratta di una persona che presto avrebbe abitato la nostra casa.
All’epoca lavoravo come consulente tecnico per Ericsson. Mi occupavo di apparati radiomobili, viaggiavo molto e facevo un mestiere completamente diverso da quello che faccio oggi. La fotografia era già una passione seria. Studiavo, uscivo con la macchina fotografica e cercavo nelle immagini uno spazio mio, ma non pensavo ancora che sarebbe diventata il mio lavoro.
Giorgia nacque il 6 marzo 2010. Con lei arrivarono le notti spezzate, le domande continue e la sensazione di essere responsabili, all’improvviso, di qualcosa di immensamente fragile. Avevamo accanto quattro nonni; una delle nonne era ostetrica. Eravamo circondati da persone pronte ad aiutarci e questo ci faceva sentire protetti.
Per venti giorni la nostra vita fu quella di due neogenitori qualsiasi. Non era semplice, ma era normale. E in quel momento non sapevamo quanto sarebbe diventata preziosa, in seguito, proprio quella parola: normale.
Una domenica mattina.
Una notte Giorgia stette male. Non sapevamo dire in che modo, non avevamo esperienza e non possedevamo le parole giuste, ma era evidente che qualcosa non andava. Ci sono momenti nei quali il corpo di un figlio comunica prima ancora che un adulto riesca a capire. Quella notte capimmo soltanto questo: non potevamo aspettare e sperare che passasse.
La mattina era pallida e poco reattiva. Telefonai al pediatra. Era domenica, ma ci ricevette comunque e si accorse subito che la situazione era seria. Ci mandò al Regina Margherita di Torino.
Entrammo in ospedale cercando una risposta e, per un po’, nessuno riuscì a darcela. Poi scoprirono una grave emorragia. Bisognava intervenire, ma il sangue di Giorgia coagulava troppo lentamente: prima di poterla operare fu necessario aspettare. Le possibilità che si salvasse erano circa il trenta per cento.
Di quella giornata ricordo un mal di testa feroce. Ricordo la paura, ma anche l’assurda quantità di cose pratiche che continuavano a esistere mentre nostra figlia rischiava di morire. Bisognava capire, parlare con i medici, aspettare. Bisognava anche telefonare ai miei genitori e dire loro che la loro nipotina era in pericolo. Nel momento in cui cercavo di contenere la nostra angoscia, sentivo di dover sostenere anche il loro dolore.
La sera tornammo a Mondovì. Sapevamo che l’ospedale avrebbe potuto chiamarci durante la notte. Ci mettemmo a letto con quella possibilità accanto, come una presenza nella stanza.
Dormii profondamente. Me lo ricordo ancora perché per molto tempo mi è sembrato incomprensibile. Come potevo dormire mentre accadeva tutto questo? Oggi penso che il corpo, quando non riesce più a contenere la paura, a volte decida semplicemente di spegnersi per qualche ora. Non è pace. Non è sollievo. È soltanto il limite oltre il quale non si riesce più a restare svegli.
Il tempo che ci è stato dato.
La mattina seguente tornammo in ospedale. La diagnosi arrivò poco dopo: atresia delle vie biliari. Le vie biliari di Giorgia non riuscivano a drenare la bile e il suo corpo cominciò presto a mostrarne i segni. La pelle diventò gialla, così come le sclere degli occhi. Aveva un forte prurito e il suo fegato era sottoposto a uno sforzo che non avrebbe potuto sostenere a lungo.
Non esisteva una cura. L’unica soluzione definitiva sarebbe stata un trapianto di fegato. Prima del trapianto, in alcuni casi, si può tentare un intervento chiamato Kasai: una via alternativa che permette alla bile di defluire. Non guarisce la malattia, ma può concedere alcuni anni prima che sia necessario sostituire l’organo.
Firmammo il consenso. Era una possibilità e, in quel momento, una possibilità era tutto ciò che avevamo. Quando i medici intervennero, però, videro che il fegato era già troppo compromesso. Il Kasai non sarebbe servito. Richiusero senza poter costruire quel passaggio che avrebbe potuto regalarci tempo.
L’emorragia aveva provocato anche altri danni, abbastanza gravi da rendere sconsigliabile il trapianto. I dettagli medici appartengono a quei mesi e non sono la parte che desidero raccontare qui. La sostanza, per noi, fu terribilmente semplice: non esisteva più una strada capace di guarirla.
Restammo al Regina Margherita per circa sei mesi. Quando tornammo a casa non portavamo con noi una terapia risolutiva né una speranza alla quale aggrapparci. Portavamo una consapevolezza difficile persino da pronunciare: Giorgia sarebbe rimasta con noi finché il suo corpo glielo avesse permesso.
Nel novembre del 2010 vedemmo che qualcosa stava cambiando. Aveva i piedi gonfi, la pancia gonfia. Non servivano spiegazioni per capire che eravamo entrati in una fase nuova. Da quel momento il tempo smise di essere qualcosa che si dà per scontato. Ogni giornata poteva sembrare uguale alla precedente e, nello stesso istante, contenere la paura che non ce ne sarebbe stata un’altra.
Abbiamo vissuto quasi tre anni con questa consapevolezza. Detto così sembra un unico, lungo periodo di dolore. Ma tre anni sono fatti di stagioni intere. Dentro ci sono estati e inverni, vacanze, compleanni, visite, ritorni in ospedale, giornate di tristezza assoluta e momenti nei quali si riesce perfino a ridere. La vita continua a entrare nelle stanze anche quando sai che qualcosa di irreparabile sta accadendo.
Non eravamo eroici. Eravamo una famiglia che cercava di vivere nella situazione che le era capitata. A volte riuscivamo a stare nel presente. Altre volte la paura del dopo occupava tutto lo spazio. E poi arrivava un gesto di Giorgia, una necessità concreta, una giornata da organizzare, e tornavamo lì: a lei, a noi, a quel tempo che c’era ancora.
In quegli anni la fotografia diventò il mio modo di prendere fiato. Camminavo nei campi con il cavalletto in spalla, cercavo la luce dell’alba o del tramonto e il silenzio necessario per osservare un paesaggio. Studiavo. Lentamente facevo crescere un’attività che continuava a convivere con il mio lavoro da tecnico.
Quelle uscite non risolvevano nulla e non davano un senso alla malattia di Giorgia. Mi concedevano qualche ora nella quale il pensiero poteva allentare la presa. Poi tornavo a casa e rientravo nella nostra vita, sapendo che nessuna fotografia avrebbe cambiato ciò che stava accadendo, ma che guardare il mondo attraverso un obiettivo mi aiutava ancora a respirare.
Quattro persone, quasi mai nella stessa stanza.
Nel frattempo Edda rimase nuovamente incinta. La data prevista per il parto era nel dicembre del 2012. Durante quella gravidanza mi confessò più volte la sua paura più grande: che Giorgia potesse morire proprio mentre lei si trovava in ospedale a partorire e che non riuscisse a esserle accanto.
Io cercavo di rassicurarla. Le dicevo che una coincidenza così crudele non sarebbe potuta accadere. Non avevo alcuna certezza per dirlo, naturalmente. Era soltanto una delle frasi che ci si consegna quando non esiste una risposta capace di proteggere davvero la persona che ami.
Federico nacque il 16 dicembre 2012. Almeno quella coincidenza ci fu risparmiata. Lui e Giorgia riuscirono a incontrarsi per pochi giorni a casa. Ho pochissime fotografie di loro due insieme, e questa scarsità continua a farmi male. Ma quelle fotografie esistono. Contengono il breve tempo nel quale i nostri due figli hanno condiviso la stessa casa.
Negli ultimi mesi rimasi quasi sempre in ospedale con Giorgia. Edda era a casa con Federico, appena nato; portarlo in reparto avrebbe significato esporlo al rischio di infezioni e batteri. Così ci dividemmo. Io con Giorgia, lei con Federico.
Eravamo diventati una famiglia di quattro persone, ma potevamo esserlo nello stesso luogo soltanto per pochissimo tempo. C’erano due figli da amare e due luoghi nei quali essere indispensabili. Qualunque scelta lasciava qualcuno dall’altra parte.
I mesi trascorsi accanto a Giorgia furono i più difficili della mia vita. Furono anche mesi nei quali imparai la forma più concreta della presenza: restare quando non puoi aggiustare nulla, quando non puoi promettere che andrà bene, quando tutto ciò che puoi offrire è il fatto di esserci.
Non sono grato per quello che è successo. Non voglio trasformare la malattia di una bambina in una lezione necessaria, né cercare un disegno capace di rendere accettabile ciò che non lo è. Giorgia non si è ammalata perché noi dovessimo imparare qualcosa. Non c’erano colpe e non c’era una ragione. Siamo stati semplicemente, terribilmente sfortunati.
Giorgia morì il 24 febbraio 2013.
Questa frase occupa una sola riga. Nella nostra vita ha diviso tutto ciò che esisteva prima da tutto ciò che sarebbe venuto dopo.
Dopo.
Arrivarono una primavera e poi un’estate strane. Il tempo aveva ricominciato a muoversi per tutti, mentre io mi sentivo fermo e disorientato. Avevo un figlio piccolissimo, una perdita enorme e una vita che non poteva tornare a essere quella di prima. Non sapevo bene che direzione prendere, e forse per qualche mese non cercai nemmeno di saperlo.
A settembre decisi di licenziarmi. Nel frattempo la fotografia era cresciuta insieme a me. Le uscite che mi avevano aiutato a respirare erano diventate studio, esperienza e poi lavoro. Avevo iniziato a capire che volevo fotografare bambini e famiglie.
Per molto tempo mi sono chiesto se questa scelta fosse legata a Giorgia. Ho sempre diffidato delle spiegazioni troppo perfette, soprattutto quando arrivano dopo un dolore. È facile guardare indietro, mettere in fila gli eventi e raccontarsi che tutto dovesse condurre esattamente al punto in cui ci troviamo.
Non credo che le cose accadano per insegnarci qualcosa. Quello che è successo a Giorgia non aveva una giustificazione e il lavoro che faccio oggi non la risarcisce. Eppure, dopo tanti anni, non posso negare che un legame esista.
La fotografia di famiglia è diventata il luogo professionale nel quale mi riconosco di più. Non perché ogni servizio debba portare con sé una storia difficile o una particolare intensità. Questo resta un mestiere: bisogna preparare, guidare, risolvere problemi, fare bene il proprio lavoro e rendere felici le persone che si affidano a te.
Ma ci sono incontri nei quali accade qualcosa di più profondo. Una famiglia mi permette di avvicinarmi a una parte intima della propria vita e io sento di possedere strumenti che prima non avevo. Non la presunzione di sapere cosa provano gli altri, ma la capacità di restare in ascolto, di riconoscere il peso di un gesto e di non avere fretta di riempire ogni silenzio.
Gli occhi con cui fotografo.
Ho imparato che il tempo non è un concetto astratto. È il modo in cui un bambino appoggia oggi la testa sulla spalla di un genitore. È la misura delle sue mani, lo spazio che occupa tra le braccia, una parola pronunciata in un modo che tra qualche mese sarà già diverso. Le cose che sembrano piccole mentre accadono sono spesso quelle che, più avanti, vorremmo poter ritrovare.
Forse è per questo che negli anni ho incontrato sempre più persone che non cercano soltanto fotografie belle. Cercano immagini nelle quali riconoscersi; qualcosa di intimo, personale, capace di continuare a parlare quando quel momento non esisterà più nello stesso modo. Ciò che loro desiderano ricevere coincide spesso con ciò che io sento di poter dare.
L’esperienza con Giorgia ha cambiato anche il modo in cui ho cresciuto Federico. Non so che padre sarei stato senza aver perso una figlia. So quale padre ho potuto essere dopo di lei.
Grazie a questo lavoro ho trascorso con Federico molto più tempo di quanto avrei potuto fare continuando la mia vita precedente. Ho lavorato spesso da casa e ho seguito da vicino la sua crescita: non soltanto gli avvenimenti importanti, ma le giornate ordinarie, le trasformazioni quasi invisibili e tutte quelle cose che è facile considerare scontate finché non sono già cambiate.
Oggi Federico ha quattordici anni. L’anno prossimo inizierà le scuole superiori e so che anche questa fase passerà. Aver conosciuto la precarietà non mi ha costretto a vivere nella paura. Con il tempo mi ha insegnato, piuttosto, a riconoscere ciò che c’è.
Non sempre ci riesco. Non vivo ogni momento con una consapevolezza perfetta. Sono distratto, stanco, imperfetto come chiunque altro. Ma molte volte riesco a fermarmi e ad accorgermi di essere fortunato: ho un figlio che cresce, un lavoro che mi piace e una vita che sento mia.
Giorgia non è la ragione per cui tutto è successo. La sua storia non rende giusta la sua perdita. È però una parte profonda degli occhi con cui oggi guardo il mondo.
E, inevitabilmente, anche degli occhi con cui fotografo.
